Come l'Iran ha umiliato Trump con l'accordo che chiude la guerra
Focus America
June 19, 2026
L'accordo che ha chiuso la guerra tra Stati Uniti e Iran è "un'umiliazione" per Washington. È la tesi del giornalista Graeme Wood in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, secondo cui gli Stati Uniti escono dal conflitto con poco più di quanto avessero prima, mentre l'Iran ottiene garanzie di sicurezza e una grande quantità di denaro.
L'intesa, scrive Wood, lascia l'Iran uno Stato teocratico libero di armarsi con missili balistici e droni e di "uccidere i propri cittadini". Dopo un periodo di 60 giorni di libero passaggio nello Stretto di Hormuz, secondo l'autore Teheran avrà la facoltà di regolare il traffico marittimo che attraversa quel braccio di mare.
Per Wood, vedere il presidente e i suoi collaboratori difendere l'accordo è per certi versi umiliante quanto l'accordo stesso. "Se altri Paesi hanno" missili balistici, ha detto Trump al vertice del G7, "è un po' ingiusto" che l'Iran "non ne abbia qualcuno". L'eliminazione di quei missili era uno degli obiettivi principali della guerra, un conflitto in cui sono morti migliaia di iraniani e più di una decina di americani.
Lo stesso presidente ha detto che gli Stati Uniti avrebbero potuto continuare a bombardare "per altre tre settimane, due settimane, quattro settimane, due anni" ma che in quel caso "non avreste mai avuto lo Stretto di Hormuz aperto". Tenere aperto quello stretto, ricorda Wood, è uno dei compiti principali della Marina degli Stati Uniti, e per questo quelle parole suonano come l'ammissione che l'esercito americano non è in grado di svolgere il proprio lavoro.
L'umiliazione, per Wood, è cosa diversa dalla sconfitta. Solo gli Stati Uniti sono stati umiliati, ma entrambi i Paesi hanno subito una perdita pesante. La sconfitta americana è la più evidente: una perdita di prestigio e la conferma che neppure un Paese ricco può imporre la propria volontà a uno povero ma determinato.
La sconfitta dell'Iran è più sottile. I Paesi confinanti, scrive Wood, prima lo consideravano un vicino problematico e ora lo vedono come una minaccia vera e propria, e per questo si stanno armando e cercano vie per aggirare lo Stretto di Hormuz. L'economia iraniana è un disastro da circa 15 anni ed è ormai "completamente a pezzi", e l'autore si chiede chi vorrà investire in un Paese il cui governo "si regge sulla brutalità ed è guidato secondo i capricci di una giunta a capo della quale c'è un fanatico religioso malconcio".
La migliore difesa dell'accordo dal punto di vista americano, secondo Wood, tiene conto proprio di queste difficoltà economiche e politiche dell'Iran, che hanno più probabilità di far cadere il regime di qualsiasi ulteriore azione militare. Una seconda difesa possibile è che non si tratti di un vero accordo, perché entrambe le parti avevano intenzione di non rispettarlo già prima di firmarlo.
Un funzionario americano ha detto alla CNN che "non bisognerebbe leggere troppo nel linguaggio" dell'intesa, perché il cuore dell'accordo sono le "intese che abbiamo l'uno con l'altro". Gran parte del testo, scrive Wood, è così vago da risultare privo di significato, al contrario dell'accordo sul nucleare negoziato da Barack Obama, che prevedeva ispezioni dettagliate e invasive che non compaiono in nessun documento citato dai collaboratori del presidente.
Lo stesso funzionario ha aggiunto che il linguaggio del documento è calibrato per permettere ai dirigenti iraniani di "dire quello che devono dire per la loro politica interna". Per Wood questo riflette una lettura della leadership iraniana che ha sentito anche da funzionari di amministrazioni precedenti, comprese quelle democratiche: i suoi capi sarebbero sensibili all'adulazione e considererebbero l'irritazione e l'umiliazione degli americani un fine in sé.
"L'umiliazione è il punto", scrive Wood. L'Iran ha ottenuto che gli Stati Uniti firmassero un documento che gli stessi americani hanno descritto come degradante, mortificante, una capitolazione totale. Poco importa, secondo l'autore, se l'accordo non si realizzerà mai o se ogni sua parte si rivelerà meno vantaggiosa del previsto.
L'Iran, ricorda Wood, non aveva mai vinto una guerra, e i colpi che era riuscito a infliggere a Stati Uniti, Israele e ai propri cittadini erano stati finora "modesti e furtivi", sotto forma di attentati e azioni indirette attraverso milizie alleate. L'esistenza di un'intesa con termini umilianti per l'America è per Teheran un capitale simbolico ed emotivo che nessun regime iraniano aveva mai avuto dalla Rivoluzione islamica del 1979.
I 300 miliardi di dollari di investimenti, scrive Wood, non sono l'occasione più grande per l'Iran. Più prezioso sarebbe un cambio di rotta della dirigenza verso le riforme, con l'abbandono di alcuni dogmi del passato: gli attuali leader si sono presentati come i salvatori della Repubblica islamica e con quella credibilità potrebbero introdurre cambiamenti considerati necessari, che apparirebbero controrivoluzionari se proposti da chiunque altro.
"L'Iran ha vinto la guerra, o almeno non l'ha persa", conclude Wood. "La pace è ancora tutta da giocare."
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