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Trump deve battere l'accordo sull'Iran di Obama, ma la parte difficile deve ancora cominciare

Focus America June 17, 2026
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Il presidente Trump si trova in una trappola di sua creazione: per giustificare i costi umani ed economici dei tre mesi di guerra con l'Iran deve ottenere un accordo nettamente migliore di quello firmato da Barack Obama nel 2015, ma per ora ha in mano solo un cessate il fuoco e la promessa di negoziare. Lo scrive in un'analisi il New York Times, che ha intervistato il presidente al telefono domenica sera. Pochi minuti dopo l'inizio della telefonata per spiegare l'intesa appena raggiunta con Teheran, Trump è tornato su un tema che lo irrita, il paragone con l'accordo nucleare di Obama, definendolo "un disastro". "Era una strada verso l'arma nucleare, il nostro è un muro contro l'arma nucleare nel senso più vero del termine", ha detto. La sua sensibilità sull'argomento è comprensibile: aveva fatto campagna contro quel patto già dal 2015 e lo aveva poi cancellato durante il suo primo mandato, contro il parere di molti suoi alti consiglieri per la sicurezza nazionale. In un discorso del 2018 lo aveva accusato di aver tolto "sanzioni economiche pesantissime all'Iran in cambio di limiti molto deboli" all'attività nucleare e di "nessun limite" agli altri comportamenti ostili di Teheran, soprattutto il sostegno al terrorismo in Medio Oriente. Molte di queste critiche erano fondate ed erano spesso condivise anche dai democratici. L'accordo descritto domenica è però soltanto un cessate il fuoco e l'impegno ad aprire del tutto lo Stretto di Hormuz, il passaggio strategico per il traffico mondiale di petrolio, per sessanta giorni. Le due parti si impegnano ad avviare i negoziati sul futuro del programma nucleare, ma per ora non c'è modo di confrontare il vecchio e il nuovo patto, perché sono di natura completamente diversa. L'accordo del 2015 portò a far uscire dall'Iran circa il 97 per cento delle scorte nucleari di allora. Il destino delle scorte attuali, molto più pericolose, resta indeterminato. Non c'è alcuna decisione su come gestire la futura ricerca e l'arricchimento dentro l'Iran, né se tutti i principali siti nucleari verranno chiusi. Non si discute ancora di limiti ai missili iraniani né del ritorno del sostegno di Teheran a quel che resta delle milizie che finanzia, come Hamas, Hezbollah e gli Houthi. Il vicepresidente JD Vance ha riconosciuto la portata del lavoro da fare, che comincia venerdì in Svizzera con la firma cerimoniale di un memorandum d'intesa tra lui e il principale esponente del parlamento iraniano. Trump sostiene che non sarà difficile. "Abbiamo concluso l'accordo con l'Iran", ha detto martedì a un vertice del G7 in Francia. "Si passa a una seconda fase, che secondo me sarà persino più facile." È forse l'unico a pensarlo: l'accordo del 2015 richiese diciotto mesi di trattativa ed è lungo oltre 150 pagine, piene di parametri tecnici e di allegati su come monitorare e ispezionare il programma nucleare. "Quello che deve fare lui è perfino più difficile di quel che dovemmo fare noi nel 2015, perché noi non avevamo a che fare con una scorta di uranio vicina a quella necessaria per un'arma nucleare", ha detto al New York Times Wendy Sherman, che guidò la squadra negoziale del 2015 e fu poi vicesegretaria di Stato con il presidente Joe Biden. Sherman ha aggiunto che l'amministrazione Trump non ha ancora messo insieme la squadra di esperti necessaria: "Servono avvocati, esperti del Tesoro, esperti di energia, esperti di ispezioni." Nel 2015 ai negoziati c'erano tra gli altri Ernest Moniz, segretario all'Energia ed esperto di armi nucleari, il capo dell'intelligence sull'Iran della CIA, l'agenzia di spionaggio americana, e americani che avevano lavorato con gli ispettori dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, l'ente nucleare dell'ONU. L'inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, e il genero del presidente Jared Kushner stanno correndo per assemblare una squadra simile nei sessanta giorni di trattativa che partono venerdì. Qualche settimana fa hanno passato una giornata all'Oak Ridge National Laboratory, un laboratorio nucleare americano, con esperti che hanno spiegato che tipo di attrezzature servirebbero per recuperare l'uranio arricchito al 60 per cento e diluirlo. Gli iraniani non si presentano impreparati: il loro ministro degli Esteri Abbas Araghchi, principale interlocutore di Witkoff, era il numero due iraniano ai negoziati di undici anni fa e ha una conoscenza dettagliata dell'infrastruttura nucleare del paese, dai siti di arricchimento di Natanz e Fordo alle operazioni di Isfahan, dove l'Iran stava sviluppando la capacità di trasformare l'uranio in forma metallica, utilizzabile per una testata. Tutti e tre i siti erano stati colpiti un anno fa con bombe e missili americani anti-bunker, nell'operazione chiamata "Midnight Hammer", che lasciò sotto le macerie molti degli impianti nucleari più importanti dell'Iran. La squadra per la sicurezza nazionale di Trump si dice convinta, almeno in pubblico, di avere carte che la squadra di Obama non aveva. "Obama aveva implorato l'Iran per un accordo", ha detto il segretario alla Difesa Pete Hegseth alla CBS domenica. "Noi abbiamo bombardato l'Iran, poi imposto un blocco navale" e ripreso a bombardare una settimana fa "per assicurarci che si sedessero al tavolo per un grande accordo", dicendo che i militari americani resteranno al largo per controllare che gli iraniani rispettino gli impegni. Lo stesso Trump ha ripreso il tema nella telefonata di domenica: "Credo che ne abbiano avuto abbastanza", ha detto, ricordando che gli iraniani erano stati colpiti da due ondate di attacchi. Quello che Trump e Hegseth tralasciano è che stavolta anche gli iraniani hanno parecchie carte che undici anni fa non avevano. Hanno scoperto di poter chiudere lo Stretto di Hormuz semplicemente piazzando qualche mina e lanciando qualche drone, abbastanza da far esitare armatori e capitani prima di attraversare lo stretto passaggio, e hanno dimostrato di poter raggiungere e distruggere impianti di desalinizzazione, sistemi radar americani e impianti petrolchimici nella regione. Inoltre nel 2015 il materiale più potente che possedevano era arricchito solo al 20 per cento, e sarebbero serviti settimane o mesi di ulteriore arricchimento per renderlo utilizzabile in una bomba. Oggi hanno combustibile arricchito al 60 per cento, che può diventare adatto a un'arma in pochi giorni o settimane, se riescono a recuperarlo dalle macerie di Isfahan senza farsi scoprire. Nell'intervista Trump è tornato più volte sull'accordo di Obama, affermando in modo errato che avrebbe "permesso loro di arricchire fino all'arma nucleare". In realtà quel patto limitava l'arricchimento al 3,67 per cento, la soglia usata per i reattori e non per le armi atomiche. Un difetto reale dell'accordo, come lo stesso Trump aveva detto nella campagna del 2016, era invece che consentiva all'Iran di continuare a lavorare su centrifughe di nuova generazione e a un arricchimento molto limitato. L'intesa di Obama era inoltre destinata a scadere nel 2030. Nell'intervista Trump ha parlato della possibilità di concordare una sospensione dell'arricchimento per quindici-vent'anni, il che farebbe cadere le restrizioni tra il 2041 e il 2046. Anche questo guadagnerebbe tempo, ma guadagnare tempo era pure la strategia dell'accordo di Obama. L'intesa del 2015 aveva molti difetti: gli iraniani si rifiutarono di trattare sulla dimensione e sulla gittata del loro arsenale missilistico, e il nuovo memorandum sembra tacere sul punto, rinviato al prossimo round. Quel patto non impedì all'Iran di finanziare gruppi terroristici, e anche su questo il memorandum pare non dire nulla, così come nulla sul trattamento di manifestanti e dissidenti, ai quali all'inizio dell'anno Trump aveva promesso "aiuto in arrivo". Nella telefonata il presidente ha sostenuto che l'Iran otterrà l'allentamento delle sanzioni solo se cambierà comportamento, anche smettendo di sparare sui manifestanti, ma ha anche detto di non avere fretta di sequestrare l'uranio o di portarlo fuori dal paese, perché sotto le macerie non rappresenta una minaccia immediata. La grande incognita è se ci sarà davvero un secondo accordo. "Non è arrivato alla seconda parte di niente, né in Ucraina né a Gaza", ha detto Sherman. Se però andrà fino in fondo e otterrà tutte le concessioni che dice gli iraniani sono pronti a fare in cambio di incentivi finanziari, Trump potrebbe arrivare a un'intesa che va ben oltre quella del 2015. Per ora non ce l'ha.

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