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La Camera ha votato per fermare la guerra contro l'Iran

Focus America June 4, 2026
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La Camera dei Rappresentanti ha approvato una risoluzione che ordina al presidente Donald Trump di ritirare le truppe statunitensi dalla guerra contro l'Iran. È il primo voto bipartisan contro il conflitto dall'inizio delle ostilità, il 28 febbraio. Il testo è passato con 215 voti favorevoli e 208 contrari, grazie al sostegno di quattro deputati repubblicani: Tom Barrett del Michigan, Warren Davidson dell'Ohio, Brian Fitzpatrick della Pennsylvania e Thomas Massie del Kentucky.

Nessun esponente democratico ha votato contro. Anche Jared Golden del Maine, che in passato si era opposto a misure analoghe, questa volta ha cambiato posizione e sostenuto la risoluzione. Sette deputati non hanno partecipato al voto.

Il testo invoca il War Powers Act e impone al presidente di ritirare le Forze Armate americane dalle ostilità contro la Repubblica Islamica dell'Iran, salvo che il Congresso dichiari guerra o autorizzi esplicitamente l'uso della forza militare. È il quarto tentativo della Camera di limitare i poteri di Trump sul conflitto, dopo la precedente presentazioni di tre risoluzioni che sono state respinte in aula con margini via via più ridotti. Due settimane fa i leader repubblicani avevano cancellato all'ultimo momento un voto simile, quando si erano resi conto di non avere i numeri per bloccarlo.

Il Congresso rivendica i suoi poteri

Il deputato democratico Gregory Meeks di New York, capogruppo della minoranza nella Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti e promotore della risoluzione, ha definito il voto come un punto di svolta. "Un numero sempre maggiore di repubblicani sta ascoltando i loro elettori, che non vogliono un'altra guerra a tempo indeterminato in Medio Oriente", ha dichiarato dopo il voto. Meeks ha aggiunto che gli americani "sono stanchi di soffrire a causa della sua guerra pagando di più alla pompa di benzina e al supermercato".

Il provvedimento ha soprattutto un valore simbolico. La risoluzione passa infatti ora al Senato, che dovrà esaminarla entro circa due settimane e mezzo. A maggio una misura simile aveva superato il vaglio del Senato grazie al sostegno di quattro senatori repubblicani, dopo sette tentativi falliti. Ma anche se il Senato dovesse approvare il testo così come è passato ieri alla Camera, Trump opporrebbe quasi certamente il veto. Per superarlo servirebbe una maggioranza dei due terzi, oggi numericamente impossibile.

Una sentenza della Corte Suprema del 1983 stabilisce infatti che le risoluzioni del Congresso, per avere effetto giuridico vincolante, devono seguire l'iter legislativo ordinario, compresa la firma del presidente. Da parte sua l'Amministrazione Trump considera illegale qualsiasi tentativo del legislativo di limitare i poteri di guerra del comandante in capo. Sostiene inoltre di non essere più tenuta a chiedere autorizzazioni perché ad aprile è stato dichiarato un cessate il fuoco e, dunque, le ostilità sarebbero terminate.

I democratici contestano però questa lettura. Ricordano che truppe americane sono ancora impegnate sul campo, anche solo per far rispettare il blocco dei porti iraniani, e ricordano che la Costituzione attribuisce solo al Congresso il potere di dichiarare guerra.

La Casa Bianca avverte: così si indebolisce Trump

Lo Speaker della Camera dei Rappresentanti Mike Johnson aveva avvertito poco prima del voto che approvare la risoluzione sarebbe stata "una prospettiva molto pericolosa" e avrebbe "indebolito" la capacità del presidente di cercare una soluzione pacifica della crisi in corso in Medio Oriente. Anche il Segretario di Stato Marco Rubio, durante un'audizione della Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti, ha sostenuto che il provvedimento legherebbe le mani all'Amministrazione.

"Gli iraniani penseranno che non potremo fare più nulla contro di loro, quindi perché concludere un accordo?"

Trump, all'inizio della settimana, ha invece dichiarato che il ritmo dei negoziati condotti tramite intermediari sta iniziando "a diventare molto noioso". Il cessate il fuoco di aprile resta fragile, gli scontri militari tra Stati Uniti e Iran continuano a riaccendersi e i colloqui per un'intesa più solida sono stati complicati dall'allargamento della guerra israeliana contro Hezbollah in Libano, gruppo sostenuto da Teheran.

Da parte loro, i democratici hanno già fatto del costo della vita il tema centrale in vista delle elezioni di midterm di novembre, che decideranno il controllo del Congresso nella parte finale del secondo mandato di Trump. Dall'inizio della guerra a oggi i prezzi della benzina e di altri beni di prima necessità sono aumentati, anche perché l'Iran è riuscito a interrompere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per una quota rilevante del petrolio, del gas naturale e dei fertilizzanti mondiali. Ad aprile i prezzi alla produzione negli Stati Uniti hanno registrato il maggior aumento degli ultimi quattro anni.

Le crepe repubblicane si allargano

Il voto sull'Iran arriva in una settimana già caratterizzata da insolite frizioni tra Trump e il suo partito. Assieme al voto sull'Iran, la Camera dei Rappresentanti ha approvato anche una mozione procedurale che apre la strada al voto sull'U kraine Support Act , un provvedimento che prevede aiuti militari all'Ucraina e fondi per la ricostruzione del Paese, nonostante l'opposizione della Casa Bianca. In questo caso sei deputati repubblicani e un indipendente che di solito vota con loro hanno sostenuto il passaggio.

La Camera dei Rappresentanti a maggioranza repubblicana dovrebbe esaminare nei prossimi giorni anche una risoluzione similare a quella approvata ieri sui poteri di guerra, pensata per bloccare l'azione militare in Libano. Sempre dai repubblicani è arrivato, negli ultimi giorni, il no al miliardo di dollari chiesto da Trump per la sicurezza del suo progetto di sala da ballo alla Casa Bianca, così come lo stop al fondo federale che il Dipartimento di Giustizia voleva creare per risarcire chi affermava di essere stato perseguitato dall'Amministrazione Biden, e infine anche critiche alla nomina di Bill Pulte, privo di precedente esperienza nell'intelligence, come Direttore ad interim dell'Intelligence Nazionale.

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