Trump annuncia un accordo "ampiamente negoziato" con l'Iran per fermare la guerra
Focus America
May 24, 2026
Il presidente Donald Trump ha annunciato sabato 23 maggio che gli Stati Uniti e l'Iran hanno "ampiamente negoziato" un accordo per porre fine alla guerra in corso da 84 giorni e riaprire lo Stretto di Hormuz, la rotta marittima da cui transita un quinto della fornitura globale di petrolio.
In un post su Truth Social, il presidente ha scritto che l'intesa è "soggetta a finalizzazione" tra Stati Uniti, Repubblica Islamica dell'Iran e altri paesi mediatori. "Gli aspetti finali e i dettagli dell'accordo sono attualmente in discussione e saranno annunciati a breve", ha aggiunto Trump. L'annuncio è arrivato dopo una serie di telefonate dalla Casa Bianca con i leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto, Giordania e Bahrein, seguite da un colloquio separato con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che il presidente ha descritto come andato "molto bene".
Non c'è stata una risposta formale da parte di Teheran. Tre alti funzionari iraniani, citati in forma anonima dal New York Times, hanno dichiarato che l'Iran ha accettato un memorandum d'intesa che fermerebbe i combattimenti su tutti i fronti, compreso il Libano dove proseguono gli scontri tra Israele e il gruppo militante Hezbollah. Il documento prevederebbe inoltre la riapertura dello Stretto di Hormuz senza pedaggi, la rimozione del blocco navale statunitense sui porti iraniani e lo sblocco di 25 miliardi di dollari di beni iraniani congelati all'estero. Secondo questa ricostruzione, le questioni nucleari sarebbero rinviate a una trattativa successiva di 30-60 giorni.
Le versioni americana e iraniana dell'accordo divergono però su un punto centrale. Due funzionari statunitensi hanno dichiarato al New York Times che un elemento chiave dell'intesa preliminare è l'impegno di Teheran a cedere il proprio stock di uranio altamente arricchito. Gli stessi funzionari hanno spiegato che i negoziatori americani avevano fatto sapere agli iraniani, attraverso intermediari, che senza un'intesa sullo stock in questa prima fase Washington si sarebbe ritirata dal tavolo e avrebbe ripreso la campagna militare. I funzionari iraniani sostengono invece che il testo non dice nulla sul programma nucleare e che tutte le questioni atomiche saranno discusse in una fase successiva.
Lo stock in questione, secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, ammonta a circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60 percento, una soglia molto vicina a quella necessaria per costruire un'arma nucleare. Il deposito si trova in gran parte nel sito nucleare di Isfahan, colpito dai missili Tomahawk statunitensi a giugno dell'anno scorso. Le opzioni militari elaborate nei giorni scorsi includevano un nuovo attacco con bombe anti-bunker per distruggere il materiale, mentre nei mesi precedenti Trump aveva valutato un'incursione di commando americani e israeliani per recuperarlo, mai autorizzata. Una soluzione possibile, già adottata nel 2015 con l'accordo dell'amministrazione Obama, sarebbe trasferire il materiale alla Russia.
Secondo il Washington Post, che cita il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei, il memorandum in discussione si articolerebbe in 14 punti. Il Wall Street Journal precisa che il quadro darebbe a Stati Uniti e Iran 30 giorni per arrivare a un patto definitivo, prorogabili per un altro mese. Le richieste iraniane comprendono lo sblocco rapido degli asset congelati, che Teheran stima in circa 100 miliardi di dollari, il cessate il fuoco permanente in Libano e qualche forma di alleggerimento delle sanzioni petrolifere durante i negoziati. Washington vorrebbe invece arrivare a un'intesa che includa una sospensione del programma nucleare iraniano fino a vent'anni e la consegna dello stock di materiale fissile, condizioni finora respinte da Teheran.
L'agenzia di stampa semiufficiale iraniana Fars ha contestato la versione di Trump sullo Stretto di Hormuz. Secondo Reuters, Fars ha riferito che l'accordo lascerebbe all'Iran il controllo delle rotte di passaggio, dei tempi e dei permessi, consentendo al volume di traffico di tornare ai livelli precedenti la guerra. La definizione di Trump della riapertura è stata bollata come "incoerente con la realtà". Il blocco di fatto del passaggio, attraverso cui transita il 20 percento delle forniture energetiche mondiali, ha fatto impennare i prezzi del petrolio e ha alimentato l'inflazione negli Stati Uniti, con ricadute sui consensi del presidente.
La mediazione è stata condotta soprattutto da Pakistan e Qatar. Il capo dell'esercito pakistano Asim Munir ha incontrato a Teheran il negoziatore iraniano Mohammad Baqer Qalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araqchi, in un colloquio definito "breve ma altamente produttivo". Qalibaf ha avvertito che le forze armate iraniane hanno ricostituito le proprie capacità durante la tregua e che se gli Stati Uniti "riavviassero stupidamente la guerra" le conseguenze sarebbero "più dure e amare" rispetto all'inizio del conflitto. Il segretario di Stato Marco Rubio, parlando da New Delhi, ha lasciato aperta la possibilità di una ripresa dei bombardamenti pur registrando alcuni "progressi": "Potrebbero esserci notizie più tardi. Potrebbero non esserci. Spero di sì. Non ne sono ancora sicuro".
L'annuncio ha provocato reazioni critiche tra i falchi repubblicani. Il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas, ha definito un "errore disastroso" un eventuale accordo che permettesse all'Iran di arricchire uranio, sviluppare armi nucleari e mantenere un controllo effettivo sullo Stretto. Roger Wicker, presidente della commissione Forze armate del Senato, ha bollato come "disastrosa" l'ipotesi di una tregua di 60 giorni. Lindsey Graham, repubblicano della South Carolina, ha sostenuto che un'intesa percepita come favorevole alla sopravvivenza del regime iraniano "verserebbe benzina" sui conflitti in Libano e Iraq. Mike Pompeo, ex segretario di Stato durante la prima amministrazione Trump, ha definito l'accordo "tutt'altro che America First", ricevendo una risposta volgare dal portavoce della Casa Bianca Steven Cheung.
In Israele il governo Netanyahu, che si era unito agli attacchi iniziali contro l'Iran a fine febbraio, osserva l'evolversi della trattativa con preoccupazione. Lo Stato ebraico non è parte dei negoziati e già prima della tregua di aprile si era lamentato di essere stato informato tardi degli sviluppi. Il primo ministro ha continuato a chiedere che la pressione militare prosegua. Restano stazionati in Israele truppe e mezzi statunitensi, comprese decine di aerei cisterna che sarebbero impiegati in eventuali nuovi attacchi. Anche nella regione del Golfo la Marina statunitense ha schierato oltre venti navi da guerra, tra cui le due portaerei George H.W. Bush e Abraham Lincoln, mentre il blocco ai porti iraniani ha portato al dirottamento di un centinaio di mercantili.
L'accordo, se finalizzato, non raggiungerebbe l'obiettivo principale dichiarato da Trump, ossia impedire definitivamente all'Iran di dotarsi di un'arma nucleare. Eviterebbe però la ripresa di una guerra che i paesi del Golfo non vogliono e attenuerebbe la crisi energetica globale. Trump avrebbe comunicato ai propri collaboratori che si riserva il diritto di riprendere gli attacchi se Teheran non rispetterà l'intesa temporanea. La guerra, iniziata il 28 febbraio con l'uccisione della guida suprema Ali Khamenei in un raid statunitense e israeliano su Teheran, ha provocato migliaia di morti, soprattutto in Iran e in Libano, e ha costretto centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case.
Discussion in the ATmosphere